martedì 9 agosto 2016

MONT BLANC SKYRACE K2000 Courmayeur(Ao) 6 Agosto 2016

Classifica Mont Blanc Skyrace 2016
Sito Mont Blanc Skyrace

Dal racconto dell'OgreExtreme

Sgombriamo subito il campo da equivoci: questa gara con la corsa in montagna e con i trail non ha veramente nulla da spartire. Questo è skyrunning allo stato puro e nel senso più stretto del termine. Qui si corre a fil di cielo. E come qualcuno ben dice “Less cloud more sky”
Aggiungo  anche che con una gara come il Red bull K3000 sul piano tecnico non ha nulla da spartire.
Dalla capanna del Mulo (2500 mt.  s.l.m.) sopra il Pavillon il percorso con i suoi quasi 1000 metri di dislivello ancora da percorrere è un susseguirsi di corde fisse, passaggi attrezzati, saltini di roccia e nevai dove si procede sempre con un abbondante uso delle mani. Nulla di difficile o estremo, intendiamoci, sempre tutto in sicurezza, ma il taglio è quello di una ascesa alpinistica (per intenderci e per chi conosce paragonabile alla parte alpinistica dell’uja di Mondrone, via normale da Molere in val di Ala)
Se poi il tutto è “sporcato” di neve e ghiaccio allora l’asticella della difficoltà si sposta ancor più verso l’alto e una caduta o una scivolata in alcuni tratti potrebbe avere conseguenze anche di una certa gravità.

Ma andiamo con ordine.
Partenza delle grandi occasioni dalla piazza di Courmayeur.
Solo ad alzare lo sguardo, il “muro” del versante sud del Monte Bianco che ti ritrovi di fronte intimorisce.
La vetta e il traguardo li vedi lassù a fianco di scintillanti ghiacciai, 2200 metri più in alto. La sfida con se stessi e con la montagna questa volta non ammette errori. Sai che qualsiasi piccola distrazione e sopra valutazione delle proprie capacità potranno avere conseguenze sul risultato finale.
Ore 9:00. Start. La prima parte di gara attraversa le ampie vie di “Courma” e conducono all’inizio della val Veny e al Pontal di Entreves da dove inizia la salita vera e propria.
Le gambe girano discretamente in piano e anche sui primi ripidi tornanti mordono bene. Dopo 20 minuti corsi su leggeri saliscendi la strada inizia ad impennare. L’andatura è alta; l’euforia prende il sopravvento sulla razionalità, spingo forte sulle ginocchia, visto che i bastoncini non li voglio proprio usare, e noncurante della fatica non penso più al fatto che mi mancano ancora 2 ore di gara e 2000 metri di dislivello.
Così in vista del Pavillon comincio a sentire il motore in surriscaldamento. Provo a far scendere i giri, ma a 2200 metri tutte questi tira e molla costano minuti; poi alzi la testa e vedi l’arrivo (o meglio la vetta) sempre lassù, sempre distante. La tua psiche  e i tuoi credo cominciano a vacillare.
Ma perché mai non vuoi usare i bastoncini?  Ma perché sei partito così forte?
In fondo i miei limiti li conosco, ma forse serve ancora una volta una lezione.
Tutto diventa difficile, e proprio il tratto-chiave, secondo me della salita, quello che dal Pavillon conduce al pilone della funivia nei pressi della Capanna del mulo, quel lungo interminabile pratone erboso pieno di detriti e sassi, ripido al punto di aggrapparsi in molti tratti con le mani, diventa un calvario.

Salgo solo con la forza di volontà, provo in tutti i modi a recuperare energie, ma a quei ritmi è impossibile. I muscoli e i polmoni bruciano dallo sforzo; Il traguardo è lì a non più di un’ora di corsa, o meglio, scusate, di camminata e di arrampicata.
L’obbiettivo cronometrico che mi ero posto delle 2 ore e trenta minuti mi tiene vivo e mi stimola a ogni passo; anche se sono al limite e forse già oltre ci provo, provo a tener vivo quel sogno cullato per mesi e che ora pian piano vedo allontanarsi.
A 3000 metri viene giustamente richiesto dall’organizzazione di calzare i ramponcini. Così anche se mentalmente ogni dettaglio per calzarli velocemente è ben presente nella mia mente il tutto mi costa più di due minuti che sommati al tempo di toglierli all’ingresso della stazione della Skyway di punta Helbronner e al fatto che uno dei due si è rotto dopo poche centinaia di metri dall’averlo indossato mi portano a non avere più margine per stare dentro il tempo prefissato.
Sarà la voglia di chiudere la partita e quella di arrivare, ma i 200 metri finali di dislivello volano via velocemente.
In vista del traguardo, come sempre, le poche energie si moltiplicano dandoti la forza di arrivare ancora in spinta e più che altro con la ferma convinzione che la partita non è finita qui e riprenderà di sicuro nel 2017.

Mont Blanc skyrace see you 2017

Ultima nota di cronaca: ho notato un livello generale di preparazione dei concorrenti veramente notevole, sicuramente all’altezza di quanto una gara così difficile possa richiedere, segno di una progressiva e costante maturazione del movimento-fenomeno skyrunning e trail.

Solo  per archivio:
- Passaggio al Pavillon du Mont Frety in 1h 03 minuti (7 km e 950 mt. di dislivello)
- Arrivo in vetta in 2h 36 minuti
- 89 assoluto su 363 partenti (8° cat. V2)

domenica 7 agosto 2016

Semi Marathon Névache - Briançon (Francia) 7 Agosto 2016

Foto Nevache - Briancon 2016
Risultati Nevache - Briancon 2016
Sito Nevache - Briancon

Dal racconto dell'OrcoSakuro

Da Nevache a Briancon ci sono ventuno chilometri.
I più li fanno in macchina, in 700 una volta all'anno decidono di farli di corsa.
La semi-marathon Nevache-Briancon ha due caratteristiche principale:
1- un dislivello negativo di oltre 400m;
2- si corre in un ambiente spettacolare e mozzafiato di montagna.
La discesa ti porta spingere, spingere, poi trovi il tratto in falsopiano e le gambe si fanno di marmo. Gli ultimi due chilometri, nel centro storico di Briancon sono ripidissimi e bellissimi, li faccio sotto i 4'/km per poi trovare gli ultimi 300m in leggera ascesa lunghi come una quaresima.
Chi pratica trail si trova spesso a correre in panorami mozzafiato, questa gara consente anche a chi fa solo strada di apprezzare scenari simili: si corre per tutta la valle della Clareé, con il fiume su un lato e le cime sull'altro, accarezzate dal sole di un caldo pomeriggio agostano.
Compagnia stupenda di Toni OrcoSciamano armato di birre per il dopo gara e migliaia (letteralmente) di storie, aneddoti, racconti di gare, vacanze, vita.


sabato 30 luglio 2016

Monte Rosa Walser Trail Gressoney-La-Trinité (Ao) 30 Luglio 2016


Classifica Monte Rosa Walser Trail 2016
Sito Monte Rosa Walser Trail

Dal racconto dell'OrcoMami

Ovvero "Il  canto del cigno e la nuova libertà"

Monterosa  Walser Trail , Gressoney 30-31 luglio 2016
Piero, Gianni, Albino ed io  ci siamo lanciati  in questa  avventura sperando di dare una rifinitura  all’allenamento per il TOR, invece …..

Ma veniamo  ai numeri.
114  KM
9500D+
35  ore di tempo  massimo
L’Ambiente : Monte  Rosa

Quattro  dati per intendere che poteva  essere un gran bell'allenamento finale, ma già al  momento dell' iscrizione  avevamo avuto i primi dubbi perché il dislivello pareva essere troppo in relazione  ai km totali. Dubbi che poi si son rilevati corretti.
L’idea  era di impostare una gara  in conserva. Stare nel tempo massimo e non farsi del male più di tanto.
Sto usando queste  parafrasi  per dirvi  la vera  e dura verita’ :  169   I  PARTENTI …MA  ARRIVATI AL TRAGUARDO  SOLO  72 !!
Mai visto una cosa  simile!
Come  mai? L’arcano si svelerà nelle prime ore di gara.
Partiti da Gressoney  La Trinitè al buio delle 5 con la  frontale accesa sotto un cielo stellato  degno della notte di San Lorenzo. Si inizia a salire ad un ritmo medio per i primi 500 mt  disl.
Poi il gruppo si sgrana; inizia una piccola discesina su sterrato che aiuta  a sciogliere i muscoli della prima salita.

Imbocchiamo ora il vallone  di Salza e la pendenza si fa subito irta e bisogna per forza mantenere una  andatura consona al chilometraggio totale che ci aspetta.
Invece  veniamo superati da vari gruppetti che tengono ritmi decisamente da… mezza  maratona,  e che  baldanzosi  si inerpicano su  per il  sentiero.
Andiamo innanzi, raggiungiamo dopo oltre 1000D+, il passo  SALZA  a  2882 mt di  quota.
Improvviso e violento come un fulmine, il primo sole del giorno ci inonda del suo calore benefìco; ora scendiamo fino a costeggiare il lago del Gabiet ed  al ristoro di  Rong si riprende subito a salire. Il sentiero  ripidissimo ed a tornanti  si innalza verso il colle di Valdobbiola  e poi continua in falsopiano alla volta del colle di Valdobbia .
La pendenza è davvero terribile e son di nuovo piu di 1000D+!
Ci  scambiamo occhiate ma nessuno  di noi riesce  ad  avere un  passo più svelto. Guardo il  mio Garmin e vedo che  in 1km (il 27°) si sale  di 312D+!
E’ DURISSIMA…ma eccoci al punto dolente, vediamo  ancora  alcuni concorrenti  che passano leggiadri...  e più che altro notiamo che  intorno a noi c’è il vuoto di concorrenti !
Niente  da fare il ritmo cede progressivamente e ben presto comprendiamo che non riusciremo a passare il cancello delle  prime  10 ore entro le 15, come  richiesto.
La cosa ci stupisce non poco perché comnque avanziamo  ai 3,5 km /ora  che in un trail con  1000D+ ogni 10 km, dovrebbe essere più  che onorevole!
Invece no !

Tutto  questo per dirci, cari  amici che c’è un tempo per ogni cosa nella vita, ed anche nello sport.
 Ebbene  si, abbiamo proprio vissuto intimamente quella amara e al tempo stesso dolce sensazione di quando pur sentendoti bene e rendendo come sempre fisicamente, intorno a te “ gli  altri”  hanno una marcia in più.
Ti rendi conto  che  stai  cambiando.
Ti rendi conto che il tuo fisico sta cambiando.
Ti rendi conto che il trail sta cambiando con i suoi ritmi  che son ora per te più difficili  da tenere.
Ti rendi conto di quanto sei comunque fortunato ad essere li’ alla tua età ma… ma ... ma... ma...
Ti rendi conto, e per fortuna lo condividi con i tuoi coetani sessantenni, che si deve fare una riflessione.
Ti rendi conto che il famoso “CANTO DEL CIGNO” …  forse  esiste.
Anzi esiste.
Insomma   capisci che la saggezza dell’età  sta proprio nel saper cogliere i segnali del tuo corpo e della  testa.
La saggezza sta forse nel capire che è meglio modellare, mitigare adattare le tue pretese alla tua  realtà storica, alla tua età.

Arriviamo  ai cancelli  fuori tempo  massimo, ci fermano.
Non siamo tristi: abbiamo in  realtà avuto una grande opportunità per la nostra passione sportiva: quella di fermarci un attimo e di riflettere. 72 atleti arrivati al traguardo su 169 partenti . Erano eccessivamente stretti  i tempi  dei cancelli? Era una gara eccessiva con troppo dislivello in rapporto ai km? Erano tutti troppo forti?..Eravamo noi che..
Non importa  la  risposta. Quello che importa è che abbiamo avuto una grande occasione per riflettere su noi stessi. Riflettere su come  e dove  andiamo, con le scarpette  ai piedi.
Il trail  oggi è indubbiamente cresciuto sia come  numero di gare proposte agli appassionati, sia come chilometraggi di lunghezza e sia come velocità minime  richieste.
Nella  mente  si affollano i ricordi della CRO-MAGNON 2008 quando le forze fisiche erano maggiori  e forse lo spirito di avventura aleggiava con tonalità più forti  di oggi.
Tutto si evolve a questo mondo ed anche il trail non si sottrae a questa legge.
Prendiamone atto e gustiamoci questa bella sensazione di  “maturità”: sta ad ognuno di noi fare tesoro di queste esperienze per meglio vivere nel futuro lo sport.
Sicuramente  con  il Monterosa Walser TRAIL, il vero TRAIL  pare averci dato l’occasione di cantare il ” CANTO DEL CIGNO “.
L’ENDURANCE  invece  ha ancora  qualcosa  da dirci : il TOR  DES GEANTS è lì che ci aspetta con la sua follia  di numeri , con il suo ritmo a km/h/disl  più consono, con i suoi limiti estremi, con i suoi spazi immensi, con il suo coacervo di sensazioni.
Andiamo incontro a quest’altra opportunità sereni con i nostri numeri: quelli  dei km e dislivelli percorsi in allenamento e…quelli dell’età.
Staremo a vedere !!

Bici BdC Pian di san Nicolao (Moncenisio) - Plan du Lac (loc. Bellecombe Termignon) Haute Maurienne (F) 30 Luglio 2016

Foto Bici bdc Plan du Lac 2016

Dal racconto dell'OrcoBee

E' l'ultimo fine settimana di luglio, per domenica le previsioni non sono granchè, molti orchi sono impegnati nelle più svariate attività che la natura ci può proporre...che si fa?
Propongo a Gabriella alias Orco730 la riedizione di un giro in bici da corsa che avevo fatto qualche anno fa con amici ciclisti; la salita al Plan du Lac, splendida località montana nella Haute Maurienne, dai cugini francesi, oltre il Moncenisio.
Allora ero sicuramente meno allenato di adesso ma ricordo una salita con pendenze di tutto di rispetto che porta ad uno degli altopiani alpini più belli che avessi mai visto, con annesso rifugio.
Orco730 non si fa di certo pregare e ci troviamo puntuali a Rivoli il sabato mattina, destinazione Piana di san Nicolao, dove abbiamo deciso di fissare la partenza. Su per le rampe del Moncenisio incrociamo parecchi ciclisti, la giornata e bella anche se meteoFrance parla di possibili temporali sulle montagne di confine già nel pomeriggio.

Parcheggiata la macchina, alle 9:15 siamo in sella ed affrontiamo le scale del Moncenisio e poi approdiamo al Plan de la Fontanette dove facciamo tappa per un caffè. Dopo aver sventato il tentativo maldestro del barista di fregarci con il resto (Ehi ragazzo!! Orco730 mica per caso!) ci fiondiamo giù verso Lanslebourg (e pensiamo che dovremmo comunque rifare la strada di ritorno nel pomeriggio...in salita!).

Svoltiamo poi a sinistra in direzione Termignon dove, qualche centinaio di metri prima dell'abitato, si stacca una stradina che conduce a Bellecombe – Plan du Lac (il cartello dice 12 km ma in realtà sono quasi 14). La strada in effetti sale abbastanza decisa, non si tratta di pendenze proibitive ma spesso si assapora il 10% e comunque si viaggia sempre intorno all'8%. Ma la vera piaga del giorno non è tanto la salita quanto il terribile assalto di centinaia di noiosissime mosche! Attratte dall'emissione di notevoli dosi di anidride carbonica / sudore, ci accopagnano per tutta la salita, un vero e proprio strazio!. Al dodicesimo km la salita non è ancora conclusa, il cartello era in effetti traditore! Io mi ricordavo un bel pianoro negli ultimi tre km ma in effetti è vero che i  ricordi delle fatiche si eliminano, mentre si tende a ricordare più facilmente l'appagamento della conquista. La strada sale ancora per un km e mezzo circa mentre sono solo gli ultimi 300 metri a farci rifiatare!
Ma tant'è, siamo arrivati, il posto è bello come me lo ricordavo ma il cielo oggi è sporcato da nuvoloni grigi che incombono sulla cornice delle montagne tutte intorno al rifugio.

Ci rifocilliamo e dopo una mezz'ora di sano “svacco” inforchiamo nuovamente le bici per far ritorno alla macchina. Fino a qui sono 45 km e 1500 metri circa di salita. Dopo la bella discesa ci aspetta il ritorno a Lanslebourg e poi la risalita al Moncenisio per accumularne altri 900 circa.
Nel frattempo il grigio è sempre più esteso e comincia a cadere una leggera pioggia. Acceleriamo il passo per cercare di evitare la doccia. Sulla salita del Moncenisio tutto sommato è una condizione che ci avvantaggia. Sono le 14.30, sotto il sole cocente avremmo certo patito maggiormente.
Arrivati al colle l'Italia ci accoglie nuovamente con il sole! Affrontiamo il lungo falsopiano che costeggia la diga e ci buttiamo a tutta verso la macchina che si trova su uno spiazzo dove ci dobbiamo far largo in mezzo a una ventina di scatenati motociclisti. Alla fine abbiamo accumulato quasi 2500 metri dislivello in 90 km scarsi...niente male!
W le salite! W Gli Orchi!

venerdì 29 luglio 2016

Alpinismo Dente del Gigante 4013slm Massiccio Monte Bianco Courmayeur(Ao) 29 Luglio 2016

Foto Dente del Gigante Massiccio Monte Bianco 2016

Non importa quali obiettivi raggiungi. Quando sei uno scalatore c'è sempre un'altra montagna (Meredith Grey).

Dal racconto dell'OgreDoctor

Sono circa le 20.00 quando varchiamo la soglia del Rifugio Torino. Dopo undici ore, la tensione volta a mantenere alta la concentrazione, finalmente, si scarica. Nel volto cotto dal sole è dipinta la soddisfazione, l’ennesima, di questo 2016, per aver coronato un sogno: salire il Dente del Gigante!
Siamo tutti di fronte a tavola in una sala da pranzo deserta, quasi ammutoliti dalla stanchezza. Siamo gli ultimi a consumare la cena. In effetti siamo stati un po’ lenti, ma tre cordate da 2 persone, che si aspettano e si aiutano nei passaggi più difficili, non possono essere veloci. Se poi, al numero dei componenti della spedizione, aggiungiamo il carico di responsabilità del nostro capo gita, Carlo, istruttore e alpinista più esperto del gruppo, il tempo impiegato è presto spiegato.
Nell’ascesa al Dente del Gigante, ho usato tutto quello che, ad oggi, ho imparato frequentando la Motti, nei corsi di roccia, ghiaccio e alpinismo.
È stata una salita stupenda, nelle mitiche Placche Burgener ho dovuto dar fondo a tutte le risorse che avevo, per superare alcuni tratti davvero muscolari. Arrampicare a queste quote si fa sentire. Nonostante l’allenamento il respiro è a tratti affannoso. Nelle soste, nell’attesa di ricompattare il gruppo, prendo fiato.

Mentre salgo dietro Carlo, osservo e studio i suoi passi, il modo di integrare la via, complementarmente schiodata, fatta eccezione per le soste. In realtà in parete ci sono molteplici punti di sosta dai più antichi su chiodi, ai più artigianali sui fittoni della corda fissa, ai più moderni su spit. Si fa fatica a descriverne i tiri, è in molti casi è la fantasia del nostro capo cordata a deciderne la lunghezza.
L’esposizione, in molti tratti della cresta, è da capogiro. La giornata è stupenda, la cornice del massiccio del Bianco spettacolare. Mentre saliamo avvicinandosi alla gengiva, passiamo dalle prima luci dell’alba, alla luce accecante del giorno, in un tripudio di colori.
Mi sento bene, tranquillo, quasi più a mio agio attaccato come un geco sul freddo granito del Dente, che sullo sfasciume della cresta che porta all’ultimo nevaio, dove un cordone rosso segna l’attacco della via. Un piccolo movimento falso e una nefasta cascata di pietre di varie dimensioni piomberebbe addosso ai miei compagni di cordata.  Dobbiamo testare ogni appiglio prima di affidarci ciecamente alla roccia.
Per fortuna tutto fila liscio. Dall’intaglio sotto la madonnina con tre aeree calate da 60 metri siamo alla base della parete e recuperato il materiale, abbandonato prima di salire, siamo pronti per l’ultima parte della discesa, forse la più noiosa.

Cerchiamo di indovinare la via per scendere, intravedendo qualche sparuto ometto (certo che segnare il sentiero non sarebbe male, ma capisco che per le guide alpine sarebbe un disastro!). Rimaniamo corti per evitare e intercettare le eventuali cadute di sassi dall’alto e con qualche passo di disarrampicata, improvvisato alla bell’e meglio, ci riportiamo alla sommità del canalino che termina con la crepaccia terminale. Dall’alto la sua bocca sembra bella spalancata e pronta ad inghiottirci.
Coraggio, dobbiamo pur scendere a valle! Girati nuovamente faccia a monte scendiamo il canale su una neve ormai acquosa, ma ancora portante. Il corso di ghiaccio e la gita al Pelvoux hanno dato i lori frutti e ormai la picca è un’estensione del braccio e affonda sicura nella neve.
Visto da vicino la terminale sembra meno spaventosa e il ponte di neve da attraversare ancora bello solido. Passato questo ultimo ostacolo, riprendiamo veloci la via del rifugio.
Il sole sta ormai tramontando, ripassiamo sotto l'Aiguille Marbré è finalmente apriamo il cancelletto che segna il confine con il mondo civile, la fine del sogno.
“Correre come scalare permette di guardare e di guardarsi, ascoltare e ascoltarsi. La percezione di sé stessi è il più semplice e devastante modo per sentirsi vivi, dannatamente protagonisti dei propri sogni, anche di quelli reputati inutili come sudare e fare fatica per non ottenere apparentemente nulla in cambio.
Ma è l’intensità delle nostre emozioni, l’entusiasmo del nostro viaggio di vita delle nostre scelte, quelle che fanno il nostro passaporto, che rappresentano la nostra non replicabile vita…
Alla parola correre vorrei che fossimo in grado di sostituire la parola “sognare”, combattere agire. È forse questo che abbiamo disimparato a fare. Non abbiamo sufficiente fame e ci viene sempre più difficile alzarci all’alba, affrontare le intemperie, accettare nuovi sacrifici, pagare il prezzo …e essere realmente liberi e protagonisti del nostro quotidiano.
Sta insomma a noi decidere se…scommettere finalmente su qualcuno dei nostri sogni che deve iniziare a muoversi perché possa un giorno anche correre…” (Correre o Morire – Jornet Kilian).

giovedì 21 luglio 2016

Dolomites SkyRace Canazei(Tn) 17 Luglio 2016

Foto Dolomites SkyRce 2016
Classifiche Dolomites SkyRace 2016
Sito Dolomites SkyRace

Edizione 2015

Dal racconto dell'OrcoCamola

La Dolomiti Skyrace è una gara a cui pensavo da anni. Come per tutte le manifestazioni prestigiose, le iscrizioni si esauriscono in pochi minuti.
Questo succedeva a gennaio 2016. Faccio sempre fatica a prende impegni così avanti nel tempo ma la proposta degli amici comprendeva anche qualche giorno di vacanza nella bella Val di Fassa.


Sabato 16 luglio 2016.
Tre Orchi (Camola, Joack e Zoppo) tentano la fuga dal Piemonte… la voglia di scappare è così forte che dopo poche ore di viaggio si ritroviamo ‘imprigionati’ nel traffico vacanziero di un normale week end estivo da bollino rosso. Va beh dai ... siamo già in vacanza.
Arrivati a Canazei (dopo 7 ore di viaggio) ritiriamo subito il pettorale. Dalla location ci rendiamo conto che la Dolomiti Skyrace è una gara internazionale. La starting list rivela 30 nazioni rappresentate con atleti di altissimo livello. I cancelli orari non sono impossibili ma comunque selettivi.

Domenica 17 luglio 2016.
Purtroppo gli orari del nostro albergo non coincidono con quelli della gara, quindi per la colazione ci dobbiamo organizzare autonomamente con panini e dolci che consumiamo in stanza. Qualcosa di caldo lo beviamo in un bar convenzionato con l’albergo nei pressi della partenza. Per fortuna non abbiamo intoppi. La giornata è bellissima ma alle 8.30 il termometro segna 6 gradi. Più in alto la temperatura è di poco sotto lo zero. Paolo, nonostante i suoi problemi all’anca, vuole essere della partita. Sa benissimo che si ritirerà ma preferisce ugualmente fare una pezzo di gara.
Tutto pronto, appena l’elicottero si posiziona sopra di noi, viene dato il ‘via’.
Il punto chiave della gara è la Forcella Pordoi dove il cancello orario taglia fuori almeno un centinaio di atleti. La gara si rivela tecnica, faticosa, bellissima.

Superata la forcella si corre sull’altopiano delle Mesules, una spianata panoramica e lunare sulla quale si erge il Piz Boè che rappresenta il punto massimo della gara a 3150 m.
L’aria fredda gela le mani. I volontari dell’organizzazione e gli escursionisti sono ‘bardati’ con giacca vento e berretti. La prima parte della discesa è pericolosa e a tratti esposta. Come discesista pensavo di cavarmela bene ma “ho visto discesisti che voi umani-podisti non potete nemmeno immaginare”. Veramente bravi. Le difficoltà mollano solo negli ultimi km e l’arrivo è una festa soprattutto per le caviglie.
Il cronometro segna i tempi che più o meno avevamo previsto. Siamo provati ma contenti.
Nel pomeriggio, dopo qualche ora di riposo, ci regaliamo un giro in funivia sulla vicina Marmolada con merenda a base di yogurt e mirtilli.

Lunedi 18 Luglio 2016.
Abbiamo a disposizione ancora una giornata intera e progettiamo un bel giro ad anello sul gruppo del Catinaccio. Da questo punto di vista la Val di Fassa è straordinaria; i gruppi Dolomitici del Catinaccio, Sella, Pordoi, Marmolada, Sasso Lungo e Piatto sono fruibili in giornata.
Il nostro giro parte dal Rifugio Gardeccia che raggiungiamo con il servizio navette che parte da Pozza di Fassa. Dal rifugio saliamo al Colle Coronelle per poi scendere da un ripido canale al rifugio Fronza. Da qui lo sguardo spazia sulle vallate sopra Bolzano; la giornata è così bella che in lontananza si distingue il complesso glaciale del Cevedale. Da qui inizia la parte più impegnativa del percorso che tramite la via ferrata Santner raggiunge il colle omonimo. La via ferrata (così documentata) ci riserva da subito un lungo tratto iniziale senza cavo.
 Le difficoltà di arrampicata sono minime ma la mancanza di protezioni ci rende particolarmente vigili.  Nel complesso si tratta di uno straordinario traverso in salita che taglia la parete da sud a nord sfruttando i tratti più deboli della roccia. E’ incredibile man mano che procediamo il percorso si infila in profonde pieghe della parete nelle quali si scompare totalmente. L’ultima parte è regolarmente attrezzata e la cosa ci permette di mollare la tensione dovuta all’esposizione.  Come descritto dalla relazione il colle Santner è un punto panoramico privilegiato per ammirare le Torri del Vajolet. La soddisfazione è tanta e al rifugio Re Alberto, posto proprio alla base delle mitiche Torri, festeggiamo con canederli e birra.
L’ultimo tratto del nostro giro transita nei pressi del rifugio Preuss e Vajolet per poi riscendere al Gardeccia.

Martedì 19 Luglio 2016.
Qualche acquisto da portare ad amici e parenti e partiamo per viaggio di rientro consapevoli di aver vissuto due giornate straordinarie.

lunedì 18 luglio 2016

Alpinismo Couloir Mettrier – Pelvoux 3943 mt massiccio des Écrins(Francia) 17 Luglio 2016

Video Couloir Metrier

Nei grandi spazi della montagna, nei suoi alti silenzi, l’uomo non distratto può cogliere il senso della sua piccolezza e la dimensione infinita della sua anima.
(Anonimo)

Dal racconto dell'OgreDoctor

Quota 3943 mt: sono in cima al Pelvoux. A vent’anni esatti dal mio ultimo 4000 sono nuovamente in alto ad ammirare il cielo e le montagne ed onoro quel voto che feci a me stesso di ritornare a calcare i ghiacciai perenni solo se fisico e mente si fossero nuovamente ritrovati in uno stato di grazia tale da consentirmi di farlo.
Ieri era l’ultima uscita del corso di Alpinismo della Motti. La giornata un vero regalo del cielo, forse una del-le più belle degli ultimi mesi.
La vita del rifugio mi mancava, tantissimo: l’arrivo dopo l’avvicinamento, la cena con i compagni di cordata, le chiacchere, l’immancabile uscita ad ammirare le stelle, in nessun altro posto così belle e luminose, il sonno disturbato dall’attesa del domani, la sveglia prima dell’alba…
Alle 4.30 circa si comincia alla luce tremolante della frontale. L’alba non si fa attendere e presto siamo sul nevaio che porta all’attacco del Couloir Coolidge, la via normale (si fa per dire).
Ma niente normale per noi, Davide e Carlo, i nostri istruttori, per gli allievi con qualche dimestichezza con il ghiaccio e le doppie picche, hanno scelto il Couloir Mettrier, a sinistra del Coolidge, nei pressi del colle est del Pelvoux.

Ci portiamo alla base del breve conoide e guardiamo “negli occhi” lo stretto couloir. A vederlo da vicino non fa una bella impressione, la neve non è continua e sicuramente si dovrà passare su alcuni tratti in roccia. Lo stretto canale è orientato ad ovest e non prende il sole per gran parte della giornata e forse questo ci dà qualche possibilità di trovare una neve portante.
Davide, che nel frattempo si è avvicinato al conoide per dare un’occhiata più da vicino alle condizioni della neve, ci fa cenno di avvicinarci. È l’ora, si sale. Due cordate di tre persone in conserva.
Sguardo in alto, l’uscita del couloir è contro il cielo, azzurrissimo. Sguardo in basso, la pendenza di 40-50° fa impressione. Ma la progressione è sicura, la neve tiene e le picche fanno il loro lavoro egregiamente.
Sulla roccia cerco di districarmi, meglio che riesco, camminare sul misto con i ramponi non è facile e gli scarponi rigidi non facilitano il compito. Attenzione al massimo per non far cadere pietre, che in un canale così stretto non farebbero molto piacere ai nostri compagni della seconda cordata.
La neve in alto manca e negli ultimi 50 metri pieghiamo a destra e guadagniamo l’uscita del canale. Poche centinaia di metri e raggiungiamo la cima.
Felicità a mille! Divoro con gli occhi il panorama che mi circonda.

La gita non è finita. Bisogna scendere. Sarebbe stato magnifico fare la traversata, ma non si può avere tutto e quindi ci “accontentiamo” della normale, che scendiamo disarrampicando fino alla base del canale dove finalmente possiamo slegarci e procedere più rilassati.
All’interno del canale numerose scariche di pietre, un po’ subite e in parte causate, hanno reso un po’ meno tranquillo e rilassato questo tratto del percorso, complice l’affollamento del canale in quel momento.
Ci ritroviamo tutti al bar del campeggio a Aillefroide per la più classica delle birre, che accompagno, su consiglio di Carlo, con un “sandwich americano”, un siluro con dentro salsiccia e patatine fritte, roba da far rabbrividire qualsiasi nutrizionista, ma che mi riappacifica con il mondo, dopo i gel sintetici consumati durante la salita.
Non sono nemmeno stanco, il mio allenamento da trailer mi ha regalato una resistenza alla fatica impressionante. Non sono i 2500 metri complessivi in salita e altrettanti in discesa, il secondo giorno, a pesare, quanto la fatica mentale di tenere sempre alta l’attenzione, la coscienza bel vigile per non commettere errori con conseguenze catastrofiche.
A casa, mentre disfo lo zaino e ripongo l’attrezzatura nell’armadio, ripenso alla gita, sicuramente una delle più belle e difficili che abbia mai fatto.
Chiudo gli occhi e cerco di dormire, ma la retina ha ancora in memoria il cielo stellato e l’immensità delle montagne…penso…a quando la prossima!